La politica estera
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Arrivato al potere anche sulla spinta della polemica verso il "Trattato di Versailles", con cui l’Italia aveva visto frustrate alcune sue aspettative all’indomani della conclusione vittoriosa della Prima Guerra Mondiale, Mussolini in politica estera adottò inizialmente atteggiamenti stravaganti. Attenuò – senza mai rinnegarlo – il "revisionismo" delle origini, puntò ad una politica di apertura verso le grandi democrazie occidentali ma fu anche il primo capo di governo europeo a stringere un patto con la Russia bolscevica. Mandò le navi da guerra a Corfù nel 1923 per ritorsione ad un attentato contro una missione diplomatica italiana ma fino al trattato di Stresa dell’aprile 1935 fu sostanzialmente uno statista desideroso di avere buoni rapporti con i suoi vicini e ansioso di espandere l’influenza politica ed economica italiana ad Est. Poi, quando la Germania di Hitler scompaginò il quadro diplomatico-politico uscito dalla Grande Guerra, gli spazi di manovra per l’Italia fascista – che nel frattempo aveva cercato agganci anche in Oriente e in Asia - si ridussero sempre più. Fino all’ultimo, Mussolini sperò di poter giocare il ruolo dell’ago della bilancia tra Germania da una parte e Francia e Gran Bretagna dall’altra. Ma le vicende dell’Etiopia (1935-36), della Spagna (1936-39) e l’invasione dell’Albania (1939), spinsero Roma sempre più verso Berlino. Un abbraccio, quello con Hitler, tutt’altro che auspicato e vissuto come inevitabile solo alla fine. |
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La politica estera