I rapporti con il Vaticano
Buoni ma non ottimi. E, a tratti, decisamente tesi: tra Regime Fascista e Vaticano le cose non andarono sempre bene anche se per entrambi la firma dei Patti Lateranensi, l’11 febbraio 1929, rappresentò un successo di straordinaria importanza, sia politica che di immagine, soprattutto di fronte all’opinione pubblica internazionale.

Appena salito al potere, Mussolini proclamò in più occasioni il suo rispetto per i valori religiosi e il suo proposito di arrivare al più presto ad una intesa con la Santa Sede, un accordo che sanasse la frattura consumatasi con l’ingresso a Roma dell’esercito piemontese il 20 settembre 1870. Tuttavia, già all’indomani della firma dei Patti Lateranensi, Mussolini dichiarò al Senato che nello Stato fascista la Chiesa non sarebbe stata «sovrana» e «neppure libera».

Erano le prime avvisaglie di quello scontro che occupò Regime da una parte e mondo cattolico dall’altra soprattutto nella prima metà degli anni Trenta: se da una parte il consenso popolare intorno al Fascismo cresceva fino alla punta massima dei mesi dell’impresa d’Etiopia, dall’altro forti resistenze all’inserimento delle masse nel mega apparato del Partito trovò proprio nelle organizzazioni cattoliche, nelle parrocchie e nelle università una delle principali fonti di opposizione interna. Poi, verso la fine degli anni Trenta, con l’alleanza sempre più stretta tra Roma e Berlino, Mussolini divenne un interlocutore importante per il Vaticano, deciso a sfruttarlo per moderare Hitler e il nazismo.