La cultura
Se Mussolini attese il 10 maggio 1932 per affacciarsi al balcone di Palazzo Venezia e lanciare il motto «Libro e moschetto, fascista perfetto» - dando l’idea di un militante dedito a studio, esercizio fisico e uso delle armi per difendere la Rivoluzione – il Fascismo, al potere da quasi dieci anni, non aveva perso tempo a sviluppare un intenso e articolato rapporto con la Cultura.

Subito dopo l’instaurazione della dittatura gli intellettuali italiani s’erano divisi tra firmatari dei celebri "Manifesti" contrastanti: da un lato quello antifascista di Benedetto Croce cui si oppose quello filo-fascista di Giovanni Gentile, l’uomo simbolo della cultura italiana schierata a fianco di Mussolini. Da parte sua il Regime cercò di intercettare sia il consenso della cultura accademica, dando vita all’Accademia d’Italia e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana oltre che a dare spazio all’arte.

Soprattutto arti figurative e architettura ebbero larghe sovvenzioni e non solo perché il Futurismo aveva rappresentato uno dei capisaldi del primo fascismo o perché il regime si impegnò presto in un’ intensa attività edilizia. Ma anche perché all’interno del Partito Fascista si scontravano visioni opposte, come dimostrò a esempio la rivalità Bottai-Farinacci e i loro rispettivi premi artistici: il "Bergamo" e il "Cremona". D’altro canto anche l’educazione giovanile venne concepita in senso "totalitario" con i Littoriali.

A sovrintendere il tutto l’orwelliano Ministero per la Cultura Popolare. L’altra faccia della medaglia fu una censura letteraria e giornalistica molto attenta, una politica di sovvenzioni e di "coinvolgimenti" a vario titolo di intellettuali il cui caso emblematico sembrano essere le recenti polemica su Ignazio Silone e la sua presunta attività di spionaggio a favore del Fascismo.