Il razzismo
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La "svolta" razziale del fascismo italiano rappresenta nella comune opinione degli storici uno dei momenti più bui ma anche più controversi del «ventennio». Infatti, il fascismo approda al razzismo non solo nella seconda parte della sua storia ma lo fa anche in modo relativamente improvviso, dopo anni e anni di polemiche più o meno aperte con il razzismo "biologico" dei futuri alleati nazisti e nonostante l’alto numero di adesioni al PNF che si registrano fin dagli anni Venti nella piccola comunità ebraica italiana. Decine e decine di ebrei parteciparono alla Marcia su Roma e, un decennio dopo – nell’ottobre 1933 – il PNF contava quasi cinquemila ebrei (pari al 12% dell’intera comunità italiana) tra i propri iscritti. Nel 1938 le leggi razziali giunsero quindi come un sorpresa per molti anche se alcuni studiosi hanno cercato di seguire non senza fatica le tracce di un antisemitismo diffuso e sotterraneo in tutta la storia del movimento di Mussolini. Il massimo storico del Fascismo, Renzo De Felice, si è invece mostrato convinto del contrario: il "razzismo" fascista non nasce antisemita ma lo diventa successivamente. E comunque la politica di discriminazione razziale viene adottata dal Regime in conseguenza dei nuovi problemi posti, dopo il 1936, dalla conquista dell’Impero in Africa Orientale. A questo si sarebbe poi aggiunta una svolta politica interna quando Mussolini decide di imprimere un nuovo corso alla "Rivoluzione Fascista": tra le varie direttrici c’è anche l’attacco agli ebrei. Confusa e contraddittoria, la legislazione razziale fascista incide pesantemente sul godimento dei diritti civili degli ebrei italiani (nelle attività economiche, nella scuola, nell’attività intellettuale e giornalistica) ma fino al 1943 gli internamenti sono limitati e l’incolumità fisica garantita. Poi, dopo il crollo dell’8 settembre e la conseguente invasione tedesca dell’Italia la situazione precipita tragicamente. |
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